giovedì 23 giugno 2016

Ancora sul costo dell'acqua nel riminese

acqua

Bolletta sempre più salata per il consumo di acqua: +7% nell’ultimo anno per i riminesi. Rispetto al 2010 l’aumento del costo del servizio idrico integrato è del 49%

Una famiglia riminese di tre persone con un consumo medio di 150 metri cubi, ha pagato, nel 2015, 319 euro, il 7 per cento in più rispetto al 2014. Acqua sempre più salata, dunque, per i consumatori di questa provincia. A dirlo è l’ultima indagine di Federconsumatori sul costo, nella città capoluogo italiane, del Servizio Idrico Integrato (SII). Il costo del servizio – che consiste nel raccogliere, potabilizzare e distribuire l’acqua sul territorio – è la somma del costo di tre voci: acquedotto (la parte più consistente), fognatura e depurazione, cui si aggiunge, di solito, una quota fissa (ex nolo del contatore). A Rimini, il costo del Servizio Idrico Integrato, per un consumo medio di 150 metri cubi (1 mc=1000 litri), si piazza in una posizione intermedia rispetto a quanto viene sborsato negli altri capoluoghi di provincia. Ma la bolletta continua a lievitare. L’aumento del 7 per cento registrato in un solo anno, è di gran lunga superiore al costo dell’inflazione che si è fermata allo 0,1 per cento. Inoltre, se nel 2010 un metro cubo costava 1,64 euro, nel 2015 è salito a 2,1: con un aumento, in cinque anni, del 48 per cento.
Il SII, come si desume dal bilancio 2015 del Gruppo Hera, che ha in carico il servizio, ha contribuito al 26 per cento del MOL (Margine Operativo Lordo, in sostanza l’utile al lordo delle imposte e oneri finanziari) della Società, che è stato complessivamente di 884 milioni di euro, con un utile netto per gli azionisti di 180 milioni (il 9,5% in più sul 2014). Sarà pur vero che molti di questi denari tornano sul territorio perché azionisti sono i Comuni, ma di fatto questo sistema tariffario sembra fatto per prelevare denaro dalle famiglie e giralo ai soci-azionisti
Il Rapporto Federconsumatori si sofferma anche su alcuni aspetti riguardanti gli impegni di Hera in merito alla gestione dei servizi: la cosiddetta Carta dei servizi. Da qui si deduce, per Rimini, che tra la firma del contratto a l’attivazione della fornitura passa un massimo di 7 giorni (media nazionale 9 giorni); mentre tra una richiesta scritta da parte degli utenti (tipo reclami) e la risposta della società il tempo richiesto è di 30 giorni (media nazionale 26 giorni).
TUBATURE “GROVIERA”
Tra il 2012 e il 2014 si è verificato un aumento delle perdite della rete, in provincia di Rimini, dal 20,8 al 23,9% dell’acqua immessa nelle condutture (fonte Istat). Stiamo parlando, tanto per rendere meglio l’idea, di perdite giornaliere per abitante passate, in soli due anni, da 74,8 a 79,6 litri. In totale, solo nel 2014, sono andati persi 4,2 milioni di metri cubi d’acqua, per un costo superiore a tre miliardi di euro. Perdite di questa consistenza (anche se in talune località, non solo del Sud, si supera il 50%) sono molto più elevate di quanto si registra in Europa
Primo Silvestri  IL PONTE
Se i dati di questo articolo sono reali e non abbiamo nulla per affermare il contrario, possibile che nessuno si renda conto che esiste un problema di costo dell'acqua nel riminese ? O dobbiamo fare finta di niente perché in altre parti d'Italia stanno peggio di noi ?

Pensieri sparsi... ricordando Achille Franchini di Gabriele Boselli

A proposito di “ho aperto tenti toraci ma l’anima non l’ho mai vista”: l'anima come "qualcosa che appartiene al corpo" (Aristotele) e il corpo come qualcosa che appartiene all'anima . Distinzione tra appartenenza e inerenza e possesso.
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La medicina positivistica, dissociando la materia del corpo dal suo senso , ossessionata dalla finitezza, dimentica del senso infinito della finitudine, rende muto o patologizza quest'ultimo. Si pone come occhio malato che fa ammalare il vissuto del corpo, ovvero l'unico corpo di cui disponiamo. Patologizzazione come effetto del disconoscimento del senso.
b) anima e corpo come eventualità -eventi che possono non essere mai o modificare il loro modo di essere eventi- differenti (ma non plurali)
c) la radicalizzazione cartesiana della differenza e la rivendicazione fenomenologica del soggetto
d) Il corpo vivente come mondo dell'anima e anima al mondo
Medicina come clinica, ma anche come preclinica e postclinica o semplicemente "che non pensa sempre al letto"
La medicina come pedagogia (teoria dello spettro intenzionale e del suo attuarsi) del corpo: educarlo -variando l'ambiente esterno ed interno e/o attraverso la parola e il farmaco- al rinvenimento o al ritrovamento del ben-essere a sé stessi e agli altri.
Cosa potrebbe suggerire la pedagogia alla medicina
Sul piano teorico:
-Invitarla a passare dalla semiotica (spiegazione dei segni, dei "dati") all'ermeneutica , comprensione dei "dati" in quanto origine/manifestazione di vissuti. (v. Galimberti e Dallari)
L'enigma-uomo é scritto nelle lingue ambigue e solo in parte note del suo apparire fisico e verbale. La comprensione del suo enigma da parte di un altro soggetto non meno enigmatico può avvenire attraverso la malattia (manifestazione) del corpo nel suo oscillante accompagnarsi alla parola. Il malato esprime per grida o per cenni (eccesso/difetto) la propria situazione di alterità sofferente.
-Ritenersi attori delle fondazioni scientifiche, non dei fondamenti: le fondamenta -statiche- sono irrimediabilmente incrinate; le fondazioni -dinamiche- meglio resi­stono agli stati di equilibrio instabile. La precarietà del mondo, le violente discontinuità dell'epoca si riverberano nella qualità della vita, nell'anima e nel corpo del paziente e del suo medico. Si riflettono pure sulle linee pratiche e teoriche della medicina ab imis fundamentis.
La tentazione dello stregone (Unico depositario di un sapere certo).
Non dire mai: "La scienza afferma che...." ma: "Data la mia interpretazione dell l'attuale sviluppo del sapere medico, sarei portato a pensare che......."
-Rinuncia ai modelli diagnostici e terapeutici ( figure sintagmatiche seriali, offerte alla replica da parte d'altri), invenzione di sce­nari.
Lo scenario si differenzia dal mo­dello per la sua struttura intenzionalmente in­compiuta, strutturalmente aperta, tesa a disegnare ciò di cui tratta attraverso la prospettazione del contesto e delle linee relazionali. Mentre il modello clinico più corrente esprime soltanto se stesso e ciò su cui immediatamente verte e si propone a un'infinita replica­zione, lo scenario ogni volta rinvierà a qualcosa d'altro e dovrà essere ri­costruito prima di ogni prestazione.
Il modello oggettiva in un esistente depersonalizzato il significato che gli eventi hanno indotto in una particolare contingenza; lo scenario riassume eventi che potrebbero accadere e li consegna alla esplicitata soggettività dell' interprete. Funge da traccia a un disegno che questi potrà definire.
La pratica di chi segue un modello clinico é intesa a una sua replica il più possibile fe­dele. La pratica di chi si trova ad agire dentro uno scenario é in-tesa a ri-co-struire, entro sentieri che lo scenario non de­termina ma contribuisce a evocare. Il mo­dello ha una valenza determinante; lo scenario é influente ed evocativo.
-Il medico, da quello di famiglia a chi lavora all'università, ha il diritto-dovere di interessarsi dell' intero campo teorico e non solo della parte più immediata­mente corre­lata alla pratica quotidiana.
- Vedere la medicina anche come memoria e dunque come sapere narrativo, che compone con linguaggio rigoroso una costellazione sterminata di esperienze in una teoria-storia di storie di con-vivenza col proprio corpo e di consuetudini di cura.
-Smettere di pensare all'uomo come ad una macchina e alla psiche come a un supercomputer e a ritenere che sia possibileil governo degli eventi corporei prevalentemente attraverso la chimica o la programmazione razionalistica della condotta.
L'insieme variamente ordinato/disordinato corpo/anima non é determinabile né programmabile e solo probabilisticamente prevedibile. Risponde agli stimoli psichici e fisici non automaticamente ma in modo relativamente e mutevolmente autonomo (T;d. Compl.).

Sul piano pratico: "quasi-regole" (rielaborazione da A.Melucci )
-Data la probabilità solo statistica degli esiti, evitare l'interventismo, ovvero l'affermazione professionistica del proprio sapere tecnico con esiti di copertura dell'identità del (doppiamente) paziente
-Sviluppare -dimettendo la frenesia dell' agire e il pensare subordi­nato all' azione e alle possibilità di riconoscimento- nel terapeuta e nel chi si rivolge a lui capacità di meditazione e riflessione (v.contributo Franza) sulla propria identità globale
-Riconoscimento della centralità del soggetto del benessere e della sofferenza: l' entropatia (figurarsi, restando se stessi e non presumendo troppo, come l' altro può vivere la proposta clinica che stiamo per fargli) é la base di par­tenza dell' aver (in) cura
-Recupero (o invenzione) del punto di vista intersoggettivo: non si progetta un intervento dal punto di vista del soggetto-altro ( impossi­bile) ma nemmeno dal solo punto di vista personale e/o della corporazione/ordine e/o della società ( sarebbe alienante). Si progetta secondo lo stato della relazione che il sog­getto può reinstaurare con gli elementi del suo campo così come il terapeuta può vederli dal proprio, ineludibile punto di vista.
-Valenza di invito: apertura all' agire altrui nel "nostro" spazio esisten­ziale e professionale. Lasciar accadere e lasciar essere, rimuovendo atti­vamente gli ostacoli all' autorealizzazione della soggettività in noi stessi come negli altri.
-esplicitare il progetto di interpretazione e d'intervento
-individuazione dei problemi come problemi per......qualcuno formulati da qualcun'altro: i problemi cambiano a seconda dell' identità e del contesto di chi li vive e di chi li configura.
-pervenire alla rinuncia a decidere per altri (anche i minori devono uscire dallo stato di minorità) e all'obietti­vazione ( es. valutare l' altro se­condo noi stessi o, peggio, secondo anonimi, oggettivistici criteri di classifica­zione).
- rinunciare agli obiettivi, ovvero al lavorare per risultati immediata­mente ri­scontrabili e.......vendibili sul mercato.
-Imparare a conoscere i limiti oltre cui l'azione-per diventa un'a­zione/agitazione-su ( rif. all'accanimento terapeutico generalizzato, anche per un raffreddore)
-interpretare le risultanze del nostro agire se­condo un punto di vista ne' sog­gettivistico ne' og­gettivistico ma intersog­gettivo.
-Valorizzazione dell' attesa: il futuro in clinica non può essere pen­sato solo come effetto di un progetto ma anche prospettato da una disposizione di at­tesa di qualcosa che maturerà anche extrainten­zionalmente e non per questo sarà da vivere in negativo
-Tener conto che la non-collaborazione del paziente é un aspetto della sua malattia
-ridisegnare ogni giorno, ogni ora il disegno ed il progetto clinico a seconda delle evidenze che la realtà ci invia, della fantasia nostra e dei moti del cuore.
-Quando si sta male, per guarire "ci vuole un'altra vita" (F.Battiato, ma molto prima Ippocrate). Può non bastare, ma se la malattia é grave si ricade nello star male.
Se non bastano né la chimica, né la forzata morigeratezza, né il cambiamento di vita, allora significa che quanto, entro e fuori dal soggetto, congiura contro di lui é più forte della sua vittima. Se la malattia si concilia con l'esistenza si può operare (o non operare) affinché il soggetto trovi una sua pace (come altri ha notato, il linguaggio e l'ideologia della medicina sono invece piuttosto bellicosi). Diversamente, si può solo "lenire dolorem" e magari abbreviarlo
Quale che sia il tipo di interpretazione e di progettualità adottato, i pazienti faranno poi quel che la loro identità, il loro contesto e il loro spazio destinale li avran portati a fare. Il soggetto é soggetto ad ammalarsi e a guarire ma per la seconda cosa non può essere assoggettato.
Gli eventi son sempre diversi dal loro apparire immediato o secondario a protocolli professionali di etichettatura ed anche dal progetto che li ha evocati o riconformati. Mi sembra però verosimile che un progetto va­lido e rispettoso di tutte le dimensioni delle identità in gioco possa comunque positivamente esercitare una qualche influenza sullo sviluppo delle situazioni.
Questo é esercizio della Speranza, virtù importante per tutti, ma in modo particolare per educatori e medici.