venerdì 11 marzo 2011

La lezione di Turati

Le libertà di oggi nate dalle lotte del riformismo


Il 21 gennaio 1921 il delirio della “barbarie russa” giunse a produrre i suoi effetti infelici anche in Italia: così venne definito dalla nostra Ernesta Bittanti Battisti quel complesso di azioni che dalla “rivoluzione d’ottobre” portarono alla costituzione del Partito Comunista d’Italia, a seguito di una scissione dal Partito Socialista. Fu la risposta all’ordine di Mosca che nell’agosto 1920 aveva disposto che il Psi doveva mutare nome in “Partito Comunista”, espellendo tutti i riformisti, la componente democratico-legalitaria del partito.
L’ingiunzione fu pubblicata su “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci: al congresso del Psi di Livorno non ottenne la maggioranza, per cui la frazione comunista abbandonò l’assise e si costituì appunto in partito.
Tra i fondatori comunisti si distinse il giovane Umberto Terracini, che ebbe un duro confronto con Filippo Turati, il leader riformista più contestato dai comunisti. Se si leggono le cronache di 90 anni orsono c’è da trasecolare e niente di valido – assolutamente – resta dei pronunciamenti dei comunisti italiani d’allora: tanto che Terracini – che nel secondo dopoguerra fu un autorevole parlamentare del Pci – prima di morire ammise sinceramente che “Turati aveva ragione”. Quali ragioni? A noi oggi paiono scontate, ma vale la pena rammentarle rimeditando gli scritti di Turati (v. “Le vie maestre del socialismo”, Cappelli ed., Bologna 1921) perché insegnano che le libertà di oggi non sono cadute casualmente dal cielo, ma spesso sono il frutto delle battaglie anti-totalitarie e riformiste di ieri, un riformismo che potrebbe avere dunque la paternità morale e d’ispirazione del movimento progressista italiano del XXI secolo.
Una prima ragione riguarda il rifiuto della “coercizione del pensiero”: per Turati va difesa la libertà di parola e d’azione dentro e fuori il partito e non si possono accettare diktat dall’alto, né il partito può trasformarsi in uno strumento “per manovrare le masse”.
Una seconda ragione consiste nell’opposizione alla “dittatura” della burocrazia di partito e di Stato: questa è una dittatura di minoranza, non del proletariato, è quindi dispotismo. “La maggioranza – non ha bisogno di dittature, è la sovranità legittima”.
La terza fondamentale ragione è il rifiuto della violenza. Per Turati “la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo. E’ propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare la maggioranza, non già delle maggioranze che possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta imporsi per legittimo diritto”. Troveremo poi nella storia una altissima analogia nell’opera somma di Gandhi: per questi “il socialismo è irraggiungibile con la violenza: solo la non-violenza può condurre ad un vero socialismo”.
Organizzazione settaria e centralizzata del partito, predicazione della dittatura e della violenza: su queste basi nasceva anche in Italia il Partito Comunista. Non poteva restare nulla di buono e d’esempio per il futuro. Meritano invece ancora rispetto e sono ancora feconde le parole di Turati per il quale il vero socialismo è quello che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare – senza la quale la demagogia avrà sempre il sopravvento –  conquista i comuni e il Parlamento, e che lentamente ma sicuramente crea la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di guidarlo.
Turati venne ingiuriato dai comunisti d’allora come “social-traditore”: la sua vita e le sue parole dimostrano invece che resta per tutti i democratici di ieri e del futuro un padre profetico.
Per ironia della sorte, i comunisti faranno cose buone quando metteranno in un angolo le direttive d’origine e seguiranno le vie proposte dal riformismo di Turati, il social-traditore di una volta. Ma le tare originarie, i retropensieri che continueranno a fluire da tali fonti (Pietro Nenni spiegherà che “il fiume risponde sempre alla sorgente”), impediranno a lungo alla sinistra condizionata da un tale partito di diventare una grande, credibile e coerente forza di governo, come invece è avvenuto negli altri Paesi europei a guida socialdemocratica e laburista.

Nicola Zoller

Scuola, ore di sostegno inadeguate


Il ministero di Mariastella Gelmini condannato per discriminazione nei confronti di studenti con disabilità. Lo stabilisce una sentenza del Tribunale Ordinario di Milano, che accoglie il ricorso presentato dai genitori di 17 studenti e da LEDHA, in collaborazione con LEDHA Milano, contro il ministero dell’Istruzione, l’Ufficio scolastico regionale e quello provinciale. Motivo: la riduzione delle ore di sostegno, ridotte fino al 50% dall’ultima Finanziaria. .
Una vittoria di rilevanza nazionale.
La condanna del tribunale Civile arriva dopo un ricorso presentato il novembre scorso da 17 genitori Il ricorso è stato presentato in giudizio e al  di là del risultato (che già più volte i Tar di tutta Italia avevano garantito) si tratta di un provvedimento storico. Per la prima volta in Italia un Tribunale ha ritenuto che l’inadeguata ed insufficiente assegnazione delle ore di sostegno costituisce una vera e propria discriminazione a danno degli alunni con disabilità e non solo una lesione del diritto allo studio e all’inclusione scolastica. Si tratta di una vittoria totale che rappresenta una svolta nella tutela dei diritti degli alunni con disabilità”.
Il giudice  del Tribunale Civile di Milano, ha accertato la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche rispetto ai tagli delle cattedre e delle ore di sostegno previste per 17 alunni.
Per scardinare le inadempienze dell’Ufficio Scolastico Regionale e dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Milano si fa riferimento ad una legge dello Stato, la legge 67 del 2006, che stabilisce che “le persone con disabilità non possono essere discriminate rispetto ai diritti fondamentali”. Tra questi, ovviamente, il diritto all’istruzione.
I genitori hanno fatto “rete” usando gli strumenti legali a disposizione per far fronte alle ore di insegnamento di sostegno quasi dimezzate.
Come si può leggere nel provvedimento il giudice dopo aver accertato “la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente (2009/2010)” ordina alle amministrazioni convenute “la cessazione della condotta discriminatoria e condanna i convenuti, ciascuno per le rispettive competenze, a ripristinare, entro trenta giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, per i figli dei ricorrenti il medesimo numero di ore di sostegno fornito loro nell’anno scolastico 2009/2010”.
Un ruolo non indifferente nella decisione del Tribunale è stato giocato dal riferimento ai principi e ai valori sanciti dalla Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, ratificata dal Parlamento italiano il 24 febbraio 2009, che comincia perciò ad essere un riferimento normativo imprescindibile.
L’importanza di questo risultato va oltre il contenuto del ricorso ed è un primo segnale forte della ratifica della Convenzione ONU e il riconoscimento del principio di non discriminazione contenuto in essa. Per la prima volta in Italia, in materia di inclusione scolastica, viene utilizzata la legge 67, che sancisce la possibilità per le persone con disabilità e familiari di presentare direttamente ricorso congiunto con le associazioni. Ciò costituisce un fattore di straordinaria importanza senza precedenti.

Daniela Mignogna